..."Buona signora, che ci ha qualcosa da rosicchiare per me e per il mio compagno?" Oscar stava sull'uscio della cucina e si inchinava cortesemente con il berretto in mano. "Di nuovo all'attacco, eh, Oscar del Paradiso?" disse la contadina in tono di disapprovazzione. "T'ho dato che è poco un intero polpettone di carne". "Può anche darsi" disse Oscar, "eppure son vivo lo stesso, guarda un po'". Rasmus ridacchiò sotto i baffi, e la contadina gettò anche a lui uno sguardo carico di rimprovero.[...] "Se mi spacchi un po' di legna, allora avrai da mangiare" disse la contadina in tono burbero. Oscar piegò la testa e la guardò con aria implorante. "Devo proprio spaccar legna? Non posso suonare invece una canzoncina?" "Grazie, sto bene anche senza le tue canzoncine" ribattè la contadina, ma le si rischiarò un po' il volto. Oscar trasse un profondo sospiro. "Beh, eh si..." disse tristemente. "Spaccar legna... Da non credere cosa può succedere a chi va in giro senza sospetto! Posso almeno veder prima il menù?" "Via nella legnaia, e non dir stupidaggini!"
Estratto da: "Rasmus e il vagabondo" di Astrid Lindgren.
powered by ODEO
Narrazione letta ed interpretata da Emily e la sorellina Olivia (contadina).
venerdì, settembre 08, 2006
giovedì, settembre 07, 2006
Sauron e Felagund
(Sauron) Intonò un canto di stregoneria:
Forare, violare, fellonia,
E svelare, scoprire, tradire.
Ma Felagund, senza basire,
Rispose, questo cercando di dire:
Resistere contro il potere,
E fedeltà e segretezza tenere
Come torre, e liberi stare:
Di cangiare e forma mutare;
Lacci elusi, trappole infrante,
Carceri aperte, catene schiante.
Avanti e indietro andavano i canti,
Girando, oscillando, via via più tonanti.
Saliva la voce, Felagund resisteva
E la magia e la potemza metteva
Di tutti gli Elfi in ciò che diceva.
Ed ecco dolci nel buio gli alati
Del Nargothrond cantare beati
E più lontana la voce dell'onda
Di là, in Occidente, lungo la sponda,
La spiaggia di perle, degli Elfi la terra.
S'accrebbe il buio, infuriava la guerra
In Valinor. Rosso sangue scorreva
Accanto al mare, e il Noldo* uccideva
Il Marinaio, e rubava le navi,
Le navi bianche, leggere e soavi;
Dal porto salpava. E gemono i venti,
Urlano i lupi coi ladri fuggenti.
Mormora il ghiaccio del Mare alle foci.
Soffrono in Angband pene atroci
Gli schiavi. Tuono, fuoco ardente
E Finrod crolla abbattuto, perdente.
Noldo*= Felagund
Tratto da: "Il Silmarillion" del Signor J.R.R.Tolkien
Forare, violare, fellonia,
E svelare, scoprire, tradire.
Ma Felagund, senza basire,
Rispose, questo cercando di dire:
Resistere contro il potere,
E fedeltà e segretezza tenere
Come torre, e liberi stare:
Di cangiare e forma mutare;
Lacci elusi, trappole infrante,
Carceri aperte, catene schiante.
Avanti e indietro andavano i canti,
Girando, oscillando, via via più tonanti.
Saliva la voce, Felagund resisteva
E la magia e la potemza metteva
Di tutti gli Elfi in ciò che diceva.
Ed ecco dolci nel buio gli alati
Del Nargothrond cantare beati
E più lontana la voce dell'onda
Di là, in Occidente, lungo la sponda,
La spiaggia di perle, degli Elfi la terra.
S'accrebbe il buio, infuriava la guerra
In Valinor. Rosso sangue scorreva
Accanto al mare, e il Noldo* uccideva
Il Marinaio, e rubava le navi,
Le navi bianche, leggere e soavi;
Dal porto salpava. E gemono i venti,
Urlano i lupi coi ladri fuggenti.
Mormora il ghiaccio del Mare alle foci.
Soffrono in Angband pene atroci
Gli schiavi. Tuono, fuoco ardente
E Finrod crolla abbattuto, perdente.
Noldo*= Felagund
Tratto da: "Il Silmarillion" del Signor J.R.R.Tolkien
mercoledì, agosto 30, 2006
La scoperta della Vendetta
... Non sapevo nulla delle guerre, delle faide e dei rigidi codici di comportamento dei clan. Da quando ero nato avevo conosciuto solo gli Occulti, che consideravano un abominio uccidere e insegnano ai loro figli il perdono. Ma in quel momento la Vendetta mi prese sotto la sua ala e io la riconobbi e appresi all'istante la sua lezione. Era lei che volevo; era lei che mi avrebbe impedito, da allora in poi, di sentirmi un'ombra vivente. In quel preciso istante la accolsi interamente nel mio cuore...
Tratto dall'avvincente capolavoro giapponese: "La leggenda di Otori" di Lian Hearn.
Eccone una piccola recensione. (clik here)
Tratto dall'avvincente capolavoro giapponese: "La leggenda di Otori" di Lian Hearn.
Eccone una piccola recensione. (clik here)
sabato, agosto 19, 2006
Una grande impresa
..."Egregi colleghi! Da troppo tempo una pace improduttiva ha finito col far precipitare in un deplorevole ozio i membri del Gun Club. Dopo un periodo di alcuni anni così ricchi di incidenti, essa è venuta ad interrompere i nostri lavori e a fermarci di botto sulla strada del progresso. Non esito da parte mia a proclamare che ogni guerra la quale ci rimettesse le armi in mano sarebbe la benvenuta...""Sì, sì, la guerra!" gridò l'impetuoso J.T.Maston.
"Zitti! Lasciateci ascoltare!" si protestò da ogni parte.
"...Ma la guerra" continuò Barbicane "è impossibile nelle circostanze attuali, e lunghi anni trascorreranno prima che i nostri cannoni possano ancora tuonare sui campi di battaglia. E' dunque in un nuovo ordine di idee che bisogna cercare uno sfogo al bisogno di attività che ci divora!".
L'assemblea comprese che il presidente stava per raggiungere il punto e si fece più attenta.
"Già da mesi, miei bravi colleghi" riprese Barbicane, " io mi domandavo se, pur restando nel campo della nostra specialità, non potessimo intraprendere qualche impresa degna del XIX secolo (...) E' su tale progetto che vi voglio intrattenere, un progetto degno di voi e delle tradizioni del nostro Gun Club e che avrà grande risonanza nel mondo."
"Farà molto rumore?" chiese un artigliere eccitato.
"Molto rumore nel vero senso della parola" Fu la risposta di Barbicane. (...)
"Egregi colleghi, vi chiedo tutta la vostra attenzione."
Un fremito corse per la sala. (...) "Non c'è alcuno tra voi, bravi colleghi, che non abbia visto la Luna o almeno che non ne abbia sentito parlare. Non stupitevi se vi intrattengo sull'astro della notte. Forse ci potrà toccare in sorte di essere i Colombo di quel mondo sconosciuto. Comprendetemi, assecondatemi con tutte le vostre forze e io vi guiderò alla sua conquista e il suo nome verrà ad aggiungersi a quello dei trentasei stati che formano la nostra grande Unione!".
"Viva la Luna" urlò il Gun Club con una sola voce...
Tratto dall'avveniristico capolavoro di Jules Verne "Dalla Terra alla Luna".
lunedì, luglio 31, 2006
Il Fauno Tumnus
... Dopo pochi minuti arrivò a un lampione. Si domandò a chi possa venire in mente di piazzare un lampione in mezzo al bosco, e proprio in quel momento sentì un leggero scalpiccio. Qualcuno veniva dalla sua parte... Tra gli alberi, proprio di fronte a Lucy e in piena luce del lampione, apparve una strana figura. Era poco più alta della bambina e si riparava dalla neve reggendo in mano
un ombrello che era già tutto coperto di candidi fiocchi. Dalla cintola in su sembrava un uomo come tutti gli altri, ma i fianchi e le gambe erano quelli di una capra coperta di peli neri, folti e lucenti. Non aveva piedi, naturalmente, ma grosse unghie sagomate a zoccolo. E aveva la sua brava coda che però Lucy non vide subito, perchè lui la teneva arrotolata sul braccio, forse per evitare di trascinarla nella neve. Intorno al collo aveva una bella sciarpa di lana rossa, e rossiccia appariva la pelle del torace. Il viso era un po' strano, ma con un'aria simpatica e una graziosa barbetta a punta. I capelli erano ricciuti e scuri: in mezzo ai riccioli, da una parte e dall'altra della fronte, spuntavano due bei cornetti. In una mano, come ho già detto, teneva l'ombrello, nell'altra un bel po' di pacchi e pacchetti, sembrava un signore che torni a casa dopo aver comprato i regali di Natale. Invece era un fauno. Quando vide Lucy ebbe un sussulto di sorpresa, ma così forte che i pacchetti gli caddero di mano. -Santo cielo!- esclamò il fauno. -Buona sera- disse Lucy. Il fauno là per là non rispose: era troppo occupato a raccogliere i pacchetti. Quand'ebbe finito, fece un bell'inchino e rispose: -Buona sera. Scusa, non vorrei sembrarti curioso, ma credo di non sbagliarmi se dico che sei una figlia di Eva. -Mi chiamo Lucy- rispose la piccola, che non era troppo sicura di aver capito bene. -Però sei una... bambina, vero?- -Si, naturalmente- rispose Lucy. -Allora appartieni alla razza umana, vero?- -Certo che si- esclamò Lucy molto perplessa.
-Certo, certo- mormorò il fauno. -Stupido io a fare tante domande. Dovevo capirlo subito. Ma, vedi, non avevo mai incontrato prima un figlio di Adamo o una figlia di Eva. Sono proprio contento...- Il fauno si interruppe bruscamente, come uno che si sia lasciato scappare qualcosa che era meglio non dire. Però se n'era accorto in tempo. -Lietissimo di fare la tua conoscenza- disse. -Permetti che mi presenti? Mi chiamo Tumnus.- -Felice di conoscerti signor Tumnus- rispose educatamente Lucy. -Posso chiederti, figlia di Eva, come sei arrivata a Narnia?- -Narnia? E cos'è?- chiese subito Lucy. -Narnia è un paese. Qui siamo a Narnia- rispose prontamente il fauno. -Il territorio che si estende dal lampione fino a Cair Paravel, il castello che sorge sulle rive dell'Oceano orientale, è Narnia. E tu, figlia di Eva, da dove vieni? Dai boschi selvaggi che si trovano a occidente?- -Io... sono venuta dal guardaroba che sta nella stanza vuota- balbettò Lucy. -Ah!- esclamò il signor Tumnus in tono alquanto triste. -Se avessi studiato un po' meglio la geografia quand'ero un piccolo fauno, saprei senza dubbio molte cose su quegli strani paesi. Ma ora è troppo tardi.- -Non sono paesi- replicò Lucy. E quasi quasi le veniva da ridere. -Vengo da laggiù, non è lontano, almeno credo. Però, laggiù è estate.- -E a Narnia è inverno- disse il signor Tumnus. -E' inverno da tanto tempo. Ma se restiamo a chiacchierare qui nella neve prenderemo i
l raffreddore.- Il fauno non aveva tutti i torti. In tono gentile aggiunse: -O figlia di Eva che vieni dalla città di Guarda Roba nel paese felice di Stanza Vuota, dove regna l'estate eterna, che ne diresti di venire a casa mia a prendere un tè?-
-Mille grazie, signor Tumnus- rispose educatamente Lucy. -Mi chiedevo se non farei meglio a tornare indietro... - -Ma è vicinissimo, è qui voltato l'angolo- insistette il fauno. -Ho acceso un bel fuoco e ho pronta una bella focaccia.- -Sei davvero gentile, signor Tumnus- disse Lucy, accettando l'invito. -Ma ti avverto, non potrò restare a lungo.- -Prendimi sottobraccio, l'ombrello ci coprirà tutti e due- propose il signor Tumnus. -Vieni figlia di Eva. Da questa parte.- E così Lucy se ne andò per il bosco, sottobraccio a quella strana creatura, come se fossero amici da sempre...
Tratto da "Le Cronache di Narnia- Il leone, la strega e l'armadio" dell'amico di Tolkien, C.S.Lewis.
un ombrello che era già tutto coperto di candidi fiocchi. Dalla cintola in su sembrava un uomo come tutti gli altri, ma i fianchi e le gambe erano quelli di una capra coperta di peli neri, folti e lucenti. Non aveva piedi, naturalmente, ma grosse unghie sagomate a zoccolo. E aveva la sua brava coda che però Lucy non vide subito, perchè lui la teneva arrotolata sul braccio, forse per evitare di trascinarla nella neve. Intorno al collo aveva una bella sciarpa di lana rossa, e rossiccia appariva la pelle del torace. Il viso era un po' strano, ma con un'aria simpatica e una graziosa barbetta a punta. I capelli erano ricciuti e scuri: in mezzo ai riccioli, da una parte e dall'altra della fronte, spuntavano due bei cornetti. In una mano, come ho già detto, teneva l'ombrello, nell'altra un bel po' di pacchi e pacchetti, sembrava un signore che torni a casa dopo aver comprato i regali di Natale. Invece era un fauno. Quando vide Lucy ebbe un sussulto di sorpresa, ma così forte che i pacchetti gli caddero di mano. -Santo cielo!- esclamò il fauno. -Buona sera- disse Lucy. Il fauno là per là non rispose: era troppo occupato a raccogliere i pacchetti. Quand'ebbe finito, fece un bell'inchino e rispose: -Buona sera. Scusa, non vorrei sembrarti curioso, ma credo di non sbagliarmi se dico che sei una figlia di Eva. -Mi chiamo Lucy- rispose la piccola, che non era troppo sicura di aver capito bene. -Però sei una... bambina, vero?- -Si, naturalmente- rispose Lucy. -Allora appartieni alla razza umana, vero?- -Certo che si- esclamò Lucy molto perplessa.-Certo, certo- mormorò il fauno. -Stupido io a fare tante domande. Dovevo capirlo subito. Ma, vedi, non avevo mai incontrato prima un figlio di Adamo o una figlia di Eva. Sono proprio contento...- Il fauno si interruppe bruscamente, come uno che si sia lasciato scappare qualcosa che era meglio non dire. Però se n'era accorto in tempo. -Lietissimo di fare la tua conoscenza- disse. -Permetti che mi presenti? Mi chiamo Tumnus.- -Felice di conoscerti signor Tumnus- rispose educatamente Lucy. -Posso chiederti, figlia di Eva, come sei arrivata a Narnia?- -Narnia? E cos'è?- chiese subito Lucy. -Narnia è un paese. Qui siamo a Narnia- rispose prontamente il fauno. -Il territorio che si estende dal lampione fino a Cair Paravel, il castello che sorge sulle rive dell'Oceano orientale, è Narnia. E tu, figlia di Eva, da dove vieni? Dai boschi selvaggi che si trovano a occidente?- -Io... sono venuta dal guardaroba che sta nella stanza vuota- balbettò Lucy. -Ah!- esclamò il signor Tumnus in tono alquanto triste. -Se avessi studiato un po' meglio la geografia quand'ero un piccolo fauno, saprei senza dubbio molte cose su quegli strani paesi. Ma ora è troppo tardi.- -Non sono paesi- replicò Lucy. E quasi quasi le veniva da ridere. -Vengo da laggiù, non è lontano, almeno credo. Però, laggiù è estate.- -E a Narnia è inverno- disse il signor Tumnus. -E' inverno da tanto tempo. Ma se restiamo a chiacchierare qui nella neve prenderemo i
l raffreddore.- Il fauno non aveva tutti i torti. In tono gentile aggiunse: -O figlia di Eva che vieni dalla città di Guarda Roba nel paese felice di Stanza Vuota, dove regna l'estate eterna, che ne diresti di venire a casa mia a prendere un tè?--Mille grazie, signor Tumnus- rispose educatamente Lucy. -Mi chiedevo se non farei meglio a tornare indietro... - -Ma è vicinissimo, è qui voltato l'angolo- insistette il fauno. -Ho acceso un bel fuoco e ho pronta una bella focaccia.- -Sei davvero gentile, signor Tumnus- disse Lucy, accettando l'invito. -Ma ti avverto, non potrò restare a lungo.- -Prendimi sottobraccio, l'ombrello ci coprirà tutti e due- propose il signor Tumnus. -Vieni figlia di Eva. Da questa parte.- E così Lucy se ne andò per il bosco, sottobraccio a quella strana creatura, come se fossero amici da sempre...
Tratto da "Le Cronache di Narnia- Il leone, la strega e l'armadio" dell'amico di Tolkien, C.S.Lewis.
mercoledì, luglio 26, 2006
Il ritorno del vecchio
... Ormai è finita, pensò. Probabilmente mi attaccheranno di nuovo. Ma che cosa può fare contro di loro un uomo disarmato, al buio? Ora era rigido e indolenzito, e le ferite e tutte le parti stanche del corpo gli facevano male nel freddo della notte. Spero di non dover tornare a combattere, pensò. Spero tanto di non dover tornare a combattere. Ma verso mezzanotte combattè e questa volta sapeva che il combattimento era inutile. Giunsero in una frotta, e il vecchio riuscì a vedere soltanto le linee fatte nell'acqua dalle pinne e la loro fosforescenza quando si gettarono sul pesce. Prese a mazzate le teste e udì le mascelle serrarsi e la barca scrollata mentre gli squali attaccavano da sotto. Colpì disperatamente qualcosa che si poteva soltanto sentire e udire e sentì qualcosa impadronirsi della mazza e la mazza scomparve. Strappò dal timone la barra e ricominciò a sferrare mazzate, stringendola con tutte e due le mani e abbattendola più volte. Ma ormai erano già arrivati a prua e si ammassavano l'uno dopo l'altro e tutti insieme, e mentre si voltavano per tornare subito, i pezzi di carne strappati si vedevano luminosi sott'acqua. Alla fine, uno giunse alla testa e il vecchio capì che era finita. Abbattè la barra sulla testa dello squalo mentre le mascelle erano serrate nella testa del pesce, che non si lasciava staccare. Colpì una e due e più volte. Udì la barra che si spezzava e battè lo squalo con l'impugnatura scheggiata. La sentì penetrare e sapendo che era tagliente, la immerse di nuovo. Lo squalo lasciò la presa e si staccò rivoltandosi. Fu l'ultimo squalo della schiera ad avvicinarsi. Non c'era più niente da mangiare, per loro. Il vecchio ora respirava a stento, e sentiva un sapore strano in bocca. Era dolciastro e ramoso e per un momento ne ebbe paura. Ma durò poco. Sputò nell'oceano e disse : "Mangiate anche questo galanos. e sognate di aver ucciso un uomo". [...]
... Quando entrò nel piccolo porto le luci erano spente e il vecchio sapeva che tutti erano a letto. La brezza aveva continuato ad alzarsi, e ora soffiava forte. Però il porto era tranquillo e il vecchio approdò nelpiccolo tratto di pietre sotto gli scogli. Non c'era nessuno ad aiutarlo, così issò la barca meglio che potè. Poi scese e la legò a uno scoglio. Disarmò l'albero e serrò la vela e la legò. Poi si mise in spalla l'albero e cominciò la salita. Fu allora che capì la profondità della sua stanchezza. Si fermò un momento e si voltò a guardare e vide alla luce delle lampadesulla strada la grande coda del pesce, che sorgeva ritta dietro alla poppa della barca. Vide la bianca linea nuda della colonna vertebralee la massa scura della testa col rostro sporgente e tutta la nudità in mezzo. Riprese la salita e giunto in cima cadde e rimase un momento disteso con l'albero sulla spalla. Cercò di alzarsi. Ma era troppo difficile, e rimase li seduto con l'albero sulla spalla e guardò la strada. Sull'altro lato della stradapassò un gatto a fare gli affari suoie il vecchio lo guardò. Poi guardò soltanto la strada. Alla fine posò l'albero a terra e si alzò. Raccolse l'albero e se lo mise in spalla e si avviò per la strada. Dovette sedere cinque volte prima di arivare alla sua capanna. Nella capanna appoggiò l'albero alla parete. Nel buio trovò una bottiglia d'acqua e bevve un sorso. Poi si distese sul letto. Si tirò la coperta sulle spalle e poi sulla schiena e sulle gambe e dormì a faccia in giù sui giornali con le braccia tese e le palme delle mani girate. [...]
... Il ragazzo vide che il vecchio respirava e poi vide le mani del vecchio e si mise a piangere. Uscì senza far rumore per andare a prendere un po' di caffè e lungo tutta la strada continuò a piangere. C'erano molti pescatori intorno intorno alla barca intenti a guardare ciò che le era legato accanto, e uno era nell'acqua, coi calzoni arrotolati, e misurava lo scheletro con un pezzo di lenza. Il ragazzo non scese. Vi era già stato e un pescatore custodiva la barca per lui. "Come sta?" gridò un pescatore. "Dorme" rispose il ragazzo. Non gli importava che lo vedessero piangere. [...]
... "L'oceano è molto grande, e una barca piccola è difficile da vedere" disse il vecchio. Si accorse di com'era piacevole avere qualcuno con cui parlare invece di parlare soltanto a se stesso e al mare: "Mi sei mancato" disse. "Che cosa hai preso?" "Uno il primo giorno. Uno il secondo e due il terzo." "Bravo." "Ora torniamo a pescare insieme" "No. Io non ho fortuna. Non ho più fortuna." "Al diavolo la fortuna" disse il ragazzo. "La fortuna te la porto io." "Che cosa diranno i tuoi?" " Non me ne importa. Ieri ne ho presi due. Ma ora andremo a pesca insieme perchè ho ancora molto da imparare."...
Tratto da "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway.
... Quando entrò nel piccolo porto le luci erano spente e il vecchio sapeva che tutti erano a letto. La brezza aveva continuato ad alzarsi, e ora soffiava forte. Però il porto era tranquillo e il vecchio approdò nelpiccolo tratto di pietre sotto gli scogli. Non c'era nessuno ad aiutarlo, così issò la barca meglio che potè. Poi scese e la legò a uno scoglio. Disarmò l'albero e serrò la vela e la legò. Poi si mise in spalla l'albero e cominciò la salita. Fu allora che capì la profondità della sua stanchezza. Si fermò un momento e si voltò a guardare e vide alla luce delle lampadesulla strada la grande coda del pesce, che sorgeva ritta dietro alla poppa della barca. Vide la bianca linea nuda della colonna vertebralee la massa scura della testa col rostro sporgente e tutta la nudità in mezzo. Riprese la salita e giunto in cima cadde e rimase un momento disteso con l'albero sulla spalla. Cercò di alzarsi. Ma era troppo difficile, e rimase li seduto con l'albero sulla spalla e guardò la strada. Sull'altro lato della stradapassò un gatto a fare gli affari suoie il vecchio lo guardò. Poi guardò soltanto la strada. Alla fine posò l'albero a terra e si alzò. Raccolse l'albero e se lo mise in spalla e si avviò per la strada. Dovette sedere cinque volte prima di arivare alla sua capanna. Nella capanna appoggiò l'albero alla parete. Nel buio trovò una bottiglia d'acqua e bevve un sorso. Poi si distese sul letto. Si tirò la coperta sulle spalle e poi sulla schiena e sulle gambe e dormì a faccia in giù sui giornali con le braccia tese e le palme delle mani girate. [...]
... Il ragazzo vide che il vecchio respirava e poi vide le mani del vecchio e si mise a piangere. Uscì senza far rumore per andare a prendere un po' di caffè e lungo tutta la strada continuò a piangere. C'erano molti pescatori intorno intorno alla barca intenti a guardare ciò che le era legato accanto, e uno era nell'acqua, coi calzoni arrotolati, e misurava lo scheletro con un pezzo di lenza. Il ragazzo non scese. Vi era già stato e un pescatore custodiva la barca per lui. "Come sta?" gridò un pescatore. "Dorme" rispose il ragazzo. Non gli importava che lo vedessero piangere. [...]
... "L'oceano è molto grande, e una barca piccola è difficile da vedere" disse il vecchio. Si accorse di com'era piacevole avere qualcuno con cui parlare invece di parlare soltanto a se stesso e al mare: "Mi sei mancato" disse. "Che cosa hai preso?" "Uno il primo giorno. Uno il secondo e due il terzo." "Bravo." "Ora torniamo a pescare insieme" "No. Io non ho fortuna. Non ho più fortuna." "Al diavolo la fortuna" disse il ragazzo. "La fortuna te la porto io." "Che cosa diranno i tuoi?" " Non me ne importa. Ieri ne ho presi due. Ma ora andremo a pesca insieme perchè ho ancora molto da imparare."...
Tratto da "Il vecchio e il mare" di Ernest Hemingway.
martedì, giugno 27, 2006
Signor R.J.Lupin Lunastorta
... "Questo posto è stregato" disse Ron. "No" disse Lupin, guardando la porta con aria perplessa. "La Stamberga Strillante non è mai stata stregata... le urla e gli ululati che sentivano gli abitanti del villaggio erano opera mia". Si scostò dagli occhi i capelli ingrigiti, riflettè un attimo e poi disse: "Comincia tutto da qui... da quando sono diventato Lupo Mannaro. Niente sarebbe successo se non fossi stato morso... e se non fossi stato così sconsiderato..." Aveva l'aria seria e stanca. Ron stava per interromperlo, ma Hermione disse "Sst" e guardò Lupin intensamente. "Ero un bambino quando fui morso. I miei genitori le provarono tutte, ma a quei tempi non c'erano cure. La pozione che mi prepara il professor Piton è un ritrovato molto recente. Mi rende innocuo, sapete. Se la prendo la settimana prima della luna piena, riesco a mantenere il controllo quando mi trasformo... Mi rannicchio nel mio studio, come un normalissimo lupo, e aspetto che la luna tramonti. Prima che la Pozione Antilupo venisse scoperta diventavo un mostro a tutti gli effetti. Sembrava impossibile che riuscissi a frequentare Hogwarts. Gli altri genitori non avrebbero voluto che i loro figli entrassero in contatto con me. Ma poi Silente diventò Preside, e trovò la soluzione. Disse che se prendevamo alcune precauzioni non c'era motivo per cui non potessi venire a scuola... " Lupin sospirò e guardò apertamente Harry. "Qualche mese fa ti ho detto che il Platano Picchiatore fu piantato l'anno che sono arrivato a Hogwarts. La verità è che fu piantato perchè sono arrivato a Hogwarts. Questa casa..." e Lupin si guardò intorno desolato, "...e il tunnel che porta qui... furono costruiti per me. Una volta al mese mi facevano uscire di nascosto dal castello e venivo qui a trasformarmi. L'albero fu messo all'entrata del tunnel per impedire a chiunque di incrociarmi quando ero pericoloso". [...] "Le mie trasfoemazioni in quei giorni erano... erano terribili. E' molto doloroso trasformarsi in Lupo Mannaro. Non avevo intorno degli umani da mordere così graffiavo e mordevo me stesso. Gli abitanti del villaggio udivano il rumore e le urla e credettero che si trattassero di spiriti particolarmente violenti."[...]
...Harry vide la sagoma di Lupin che si irrigidiva. Poi le braccia e gambe presero a tremare. "Oh, cielo" esclamò Hermione col fiato mozzo. "Questa sera non ha preso la pozione! Non è innocuo! " "Correte" sussurrò Black. "Correte! Ora!" Ma Harry non riuscì a correre. Ron era incatenato a Minus e a Lupin. Balzò in avanti, ma Black lo trattenne e lo risospinse indietro. "Lasciate fare a me. CORRETE!". Si udì un terribile ringhio. La testa di Lupin si stava allungando. Anche il corpo. Le spalle gli si incurvarono. I peli spuntarono a vista d'occhio sul viso e sulle mani, che si trasformarono in zampe artigliate. Il pelo di Grattastinchi era di nuovo ritto e il gatto indietreggiò...Tratto da "Harry Potter e il prigioniero di Azkaban" della fatastica J.K.Rowling.
Ecco qui un video sulla vita e le trasformazioni del signor Lunastrorta
Iscriviti a:
Post (Atom)
unilaterale
http://unilaterale.altervista.org/ Questo è il lavoro di ricerca che ho portato come tesi per la maturità classica. "Giusta, ingiusta, ...
-
...In un angolo della cucina c'è una scimmia spaziale acquattata sul linoleum screpolato a studiarsi in uno specchietto. "Io sono ...
-
http://unilaterale.altervista.org/ Questo è il lavoro di ricerca che ho portato come tesi per la maturità classica. "Giusta, ingiusta, ...
-
- Ha detto che ballerà con me se le porterò delle rose rosse – si lamentava il giovane Studente – ma in tutto il mio giardino non c’è una so...