http://unilaterale.altervista.org/
Questo è il lavoro di ricerca che ho portato come tesi per la maturità classica. "Giusta, ingiusta, unilaterale - La Famiglia in relazione allo Stato".
lunedì, febbraio 20, 2012
venerdì, maggio 28, 2010
L'Usignolo e la Rosa
- Ha detto che ballerà con me se le porterò delle rose rosse – si lamentava il giovane Studente – ma in tutto il mio giardino non c’è una sola rosa rossa.
Dal suo nido nella quercia lo ascoltò l’Usignolo, e guardò attraverso le foglie, e si meravigliò:
- Non ho una rosa rossa in tutto il mio giardino! – si lamentava lo Studente, e i suoi begli occhi erano pieni di lacrime.
- Ah, da qual sciocchezze dipende la felicità! Ho letto gli scritti di tutti i sapienti, conosco tutti i segreti della filosofia, ciononostante la mancanza di una rosa rossa sconvolge la mia vita!
- Ecco finalmente un vero innamorato – disse l’Usignolo. – Notte dopo notte ho cantato di lui, nonostante non lo conoscessi: notte dopo notte ho favoleggiato la sua storia alle stelle, e ora lo vedo. I suoi capelli sono scuri come i boccoli del giacinto, e le sue labbra sono rosse come la rosa del suo desiderio; la sofferenza ha reso il suo volto simile a pallido avorio e il dolore gli ha impresso il suo sigillo sulla fronte.
- Il Principe da un ballo domani sera – sibilava il giovane Studente – e la mia amata vi andrà. Se le porterò una rosa rossa ballerà con me fino all’alba. Se le porterò una rosa rossa la terrò fra le mie braccia ed ella piegherà il capo sulla mia spalla, e la mia mano stringerà la sua. Ma non c’è una rosa rossa in tutto il mio giardino, e così io siederò solo, ed ella passerà dinnanzi a me senza fermarsi. Non avrà nessuna cura di me. E il mio cuore si farà a pezzi.
- Ecco certamente un vero innamorato – disse l‘Usignolo. – Ciò che io canto, egli lo patisce, ciò che per me è gioia, per lui è pena. Davvero l’Amore è una cosa straordinaria. È più prezioso degli smeraldi e degli splendidi opali. Perle e granati non possono comperarlo, e non è in vendita sulla piazza del mercato. Non possono comprarlo i mercanti, né pesarlo le bilance dell’oro. []
- I musicanti siederanno nella galleria – proferiva il giovane Studente – e suoneranno i loro strumenti, e la mia amata ballerà al suono dell’arpa e del violino. Ballerà così leggera che i suoi piedi non toccheranno intorno. Ma con me non danzerà, perché io non ho una rosa rossa da offrirle e si gettò sull’erba, si chiuse il volto tra le mani, e versò lacrime.
- Perché piange? – chiese la Farfalla, che piroettava qua e là inseguendo un raggio di sole.
- Già, perché? – sussurrò una Pratolina al suo vicino, con voce sommessa e tenera.
- Piange per una rosa rossa – disse l’Usignolo.
- Per una rosa rossa! – esclamarono quelli. – Che ridicolaggine! – e il Ramarro, che era un po’ sprezzante, rise di gusto.
Ma l’Usignolo comprendeva il segreto dolore dello Studente, e restava taciturno sulla quercia, a pensare sul mistero dell’Amore. D’improvviso distese le sue brune ali e volò, si librò nell’aria. Passò attraverso il boschetto come un’ombra, e come un’ombra svolazzò sul giardino. Al centro dell’aiuola erbosa s’ergeva un bellissimo Rosaio, e non appena l’Usignolo lo vide volò sopra di lui e si posò su un ramo.
- Dammi una rosa rossa – supplicò – e ti canterò la mia canzone più dolce.
Ma il Rosaio scosse il capo.
- Le mie rose sono bianche – ribatté – bianche come vuole la schiuma del mare, e più bianche della neve sulla montagna. Ma va da mio fratello che cresce accanto all’antica meridiana, e forse ti darà quel che desideri.
Allora l’Usignolo volò sul Rosario che germogliava accanto all’antica meridiana.
- Dammi una rosa rossa – supplicò – e ti canterò la mia canzone più dolce.
Ma il Rosario scosse il capo.
- Le mie rose sono gialle – affermò - gialle come i capelli della sirena che siede sopra un trono d’ambra, e più gialle del narciso che sboccia nel prato prima che il mietitore giunga con la sua falce. Ma va da mio fratello che germoglia sotto la finestra delle Studente, e forse ti darà quel che desideri.
Allora l’Usignolo volò sul Rosaio che cresceva sotto la finestra dello Studente.
- Dammi una rosa rossa – supplicò – e ti canterò la mia canzone più dolce.
Ma il Rosario scosse il capo.
- Le mie rose sono rosse – rispose – rosse come i piedi della colomba, e più rosse dei grandi ventagli di corallo che oscillano nelle grotte degli oceani. Ma l’inverno ha ghiacciato le mie vene e il gelo ha dilaniato i miei boccioli, e l’uragano ha spezzato i miei rami, e non avrò più rose quest’anno.
- Una sola rosa rossa è tutto ciò che ti chiedo! – urlò l’Usignolo. – Non c’è proprio nessun sistema per averla?
- Un modo c’è – rispose il Rosario – ma è terribile che non ho il coraggio dirtelo.
- Dimmelo – implorò l’Usignolo – io non ho paura.
- Se vuoi una rosa rossa – disse il Rosaio – sei costretto formarla con la musica al lume della luna, e colorarla col sangue del tuo cuore. Devi cantare per me col petto contro una spina. Tutta la notte devi cantare per me, e la spina deve trafiggere il tuo cuore, e il tuo sangue vivo deve scendere nelle mie vene e diventare mio.
- La morte è un prezzo alto da pagare per una rosa rossa – si dolse l’Usignolo – e la vita è così cara a tutti. È dolce tardare nel bosco verde, e ammirare il Sole nel cocchio d’oro, e la luna nel suo cocchio d’argento. Dolce è il profumo della vitalba, e dolci le campanule azzurre che si celano nella valle, e l’erica che fiorisce sul colle. Ma l’Amore è più prezioso della Vita, e cos’è mai il cuore di un uccellino equiparato al cuore di un uomo?
Così piegò le ali brune nel volo, e si librò nell’aria. Passò attraverso il giardino come un’ombra, e come un’ombra volò sopra il boschetto. Lo Studente era ancora steso nell’erba, là dove lo aveva lasciato, e il pianto non s’era ancora rasciugato dai suoi occhi.
- Sii felice – gli urlò l’Usignolo. – Sii felice! Avrai la tua rosa rossa! Io la formerò con la musica al lume della luna, e la colorerò col sangue del mio cuore. Tutto ciò che ti chiedo in cambio è d’essere un vero innamorato, perché l’Amore è il più giudizioso della Filosofia, per quando saggia essa sia, e il più autorevole del Potere, per quando potente esso sia. Sono color di fiamma le sue ali, color di fiamma è il suo corpo. Le sue labbra sono dolci come il miele, e simile all’incenso è il suo alito.
Lo Studente alzò lo sguardo dall’erba e si pose ad ascoltare, ma non gli era possibile capire ciò che l’Usignolo gli diceva, dopo che capiva solo parole che sono scritte sui libri. Ma la quercia capi, e si addolorò, poiché voleva bene al piccolo Usignolo che si era costruito il nido fra i suoi rami.
- Cantami un’ultima canzone – gli bisbigliò. – Mi sentirò molto sola quando te ne sarai andata.
Così l’Usignolo cantò per la Quercia, e la voce era come l’acqua che si sparge gorgogliante da un’anfora d’argento. Finita che fu la canzone, lo Studente s’alzò, e trasse di tasca un taccuino e una matita.
- Questa creatura ha stile. Disse a se stesso – è un fatto che non si può contestare, ma avrà inoltre sentimenti? Ho timore di no. In verità, è come la maggior parte degli artisti, tutta forma, nessuna lealtà. Non si offrirebbe in sacrificio per gli altri. Pensa solamente alla musica, e tutti sanno che l’arte è egoista. Bisogna in ogni modo ammettere che ha note incantevoli nella sua voce. Peccato che non significano nulla, e non abbiamo alcuna utilità pratica. E andò in camera, e si stese sul suo piccolo letto, e cominciò nuovamente a pensare alla sua amata, e dopo un po’ di tempo, s’addormentò. E quando la Luna spiccò nei cieli l’Usignolo volò dal Rosaio, e pose il suo petto contro la spina. Tutta la notte cantò col petto contro la spina, e la fredda Luna di cristallo si chinò ad udirlo. Tutta la notte cantò, e la spina si spingeva sempre più profonda nel suo petto, e il suo sangue vitale fluiva da lui. Prima cantò dell’amore che germoglia nel cuore di un fanciullo e di una fanciulla. E sul ramo più alto del Rosaio fiorì una rosa magnifica, petalo dopo petalo come nota dopo nota. Pallida era in un primo momento, come la nebbia sospesa sul fiume, pallida come le orme del mattino, e argentea come le ali dell’alba. Come l’ombra di una rosa in uno specchio rosa che fioriva sul ramo più alto del Rosaio. Ma il Rosaio urlava all’Usignolo di premere più forte sulla spina.
- Premi più forte, piccolo Usignolo – urlava il Rosario – o il Giorno spunterà prima che la rosa sia completata.
Così l’Usignolo premette più forte sulla spina, e più forte si fece il suo canto, esseri che cantava il venire al mondo della passione nell’anima di un uomo e di una donna. Una tenue striatura rosea si sparse nei petali del fiore, simile al rossore che si spande sul volto dello sposo quando bacia le labbra della sposa. Ma la spina non era giunta al cuore dell’uccellino, e il cuore della rosa restava bianco, perché solo il sangue del cuore di un Usignolo può invermigliare il cuore di una rosa. E il Rosario urlava all’Usignolo di premere più forte sulla spina.
- Premi più forte, piccolo Usignolo, o il giorno spunterà prima che la rosa sia completata.
Così l’Usignolo premette più forte sulla spina, e la spina gli toccò il cuore, e un violento spasimo di dolore lo trafisse. Più e più penoso era il dolore, e più e più selvaggio si faceva il canto, poiché ora cantava dell’Amore che è reso perfetto dalla Morte, e dell’Amore che non muore nella tomba. E la stupenda rosa diventò vermiglia, come la rosa del cielo d’Oriente. Vermiglia la fascia dei petali intorno alla corolla, e vermiglio come il rubino era il suo cuore. Ma la voce dell’Usignolo si fece più debole, e le sue piccole ali iniziarono a sbattere, e un velo discese suoi occhi. Più e più debole si fece il suo canto, e qualche cosa lo soffocava in gola come un pianto convulso. Allora proruppe in un ultimo slancio di musica. La bianca Luna lo ascoltò, e dimenticò l’alba, ed esitò nel cielo. La rosa rossa lo udì, e fremé tutta d’estasi, e aprì i suoi petali alla fredda aria del mattino. L’eco e il ripetè nel suo antro color porpora sui colli, e risvegliò dai loro sogni i pastori dormienti. Ondeggiò fra i giunchi del fiume, ed essi portarono il suo messaggio al mare.
- Guarda! Guarda! – gridò il Rosario – la rosa è perfetta, ora!
Ma l’Usignolo non rispose, perché stava steso morto nell’erba alta, con la spina nel cuore. A mezzogiorno lo Studente aprì la finestra e guardo fuori.
- Che sbalorditivo colpo di fortuna! – disse con enfasi. – Una rosa rossa! Non ho mai visto una rosa come questa in tutta la mia vita. È così bella che senza dubbio avrà un lungo nome latino – si sporse, e la colse.
Poi si mise il cappello, e corse a casa del Professore con la rosa in mano. La figlia del Professore sedeva in veranda, aggomitolando della seta azzurra su un arcolaio, e il suo cagnolino le stava disteso ai piedi.
- Avevate promesso di ballare con me se vi avessi portato una rosa rossa – urlò lo Studente – ecco la rosa più rossa di tutto il mondo. La porterete stasera sul cuore e mentre danzeremo insieme vi dichiarerà quando vi amo.
Ma la ragazza corrugò la fronte.
- Temo che non sia adattata al mio vestito – rispose – e poi, il nipote del Ciambellano mi ha mandato in dono dei gioielli veri, e tutti sanno che i gioielli valgono più dei fiori.
- In fede mia, siete davvero un’ingrata! – disse lo Studente in un impeto d’ira; e gettò la rosa giù nella strada, ed essa cadde in un rivoletto, e la ruota di un carro vi passò sopra.
- Ingrata io? – ripetè la ragazza. – Ebbene, voi sapete che cosa siete? Un grande screanzato, in fondo, né più né meno che un semplice Studente. E non credo neppure che abbiate delle fibbie d’argento sulle scarpe come il nipote del Ciambellano.
E s’alzò dalla sedia ed entrò in casa.
- Che balordaggine è l’Amore! – disse lo Studente andandosene. – Non è utile neppure la metà della Logica, perché non esprime nulla, promette sempre cose che non si concretizzano e fa credere in cose che non sono vere. In effetti, non è per niente pratico, e siccome nel tempo in cui viviamo la praticità è tutto, tornerò alla Filosofia e studierò la Metafisica.
Così si chiuse dentro nella sua stanza, prese lo dallo scaffale un vecchio libro polveroso, e si mise a leggere.
Oscar Wilde
Dal suo nido nella quercia lo ascoltò l’Usignolo, e guardò attraverso le foglie, e si meravigliò:
- Non ho una rosa rossa in tutto il mio giardino! – si lamentava lo Studente, e i suoi begli occhi erano pieni di lacrime.
- Ah, da qual sciocchezze dipende la felicità! Ho letto gli scritti di tutti i sapienti, conosco tutti i segreti della filosofia, ciononostante la mancanza di una rosa rossa sconvolge la mia vita!
- Ecco finalmente un vero innamorato – disse l’Usignolo. – Notte dopo notte ho cantato di lui, nonostante non lo conoscessi: notte dopo notte ho favoleggiato la sua storia alle stelle, e ora lo vedo. I suoi capelli sono scuri come i boccoli del giacinto, e le sue labbra sono rosse come la rosa del suo desiderio; la sofferenza ha reso il suo volto simile a pallido avorio e il dolore gli ha impresso il suo sigillo sulla fronte.
- Il Principe da un ballo domani sera – sibilava il giovane Studente – e la mia amata vi andrà. Se le porterò una rosa rossa ballerà con me fino all’alba. Se le porterò una rosa rossa la terrò fra le mie braccia ed ella piegherà il capo sulla mia spalla, e la mia mano stringerà la sua. Ma non c’è una rosa rossa in tutto il mio giardino, e così io siederò solo, ed ella passerà dinnanzi a me senza fermarsi. Non avrà nessuna cura di me. E il mio cuore si farà a pezzi.
- Ecco certamente un vero innamorato – disse l‘Usignolo. – Ciò che io canto, egli lo patisce, ciò che per me è gioia, per lui è pena. Davvero l’Amore è una cosa straordinaria. È più prezioso degli smeraldi e degli splendidi opali. Perle e granati non possono comperarlo, e non è in vendita sulla piazza del mercato. Non possono comprarlo i mercanti, né pesarlo le bilance dell’oro. []
- I musicanti siederanno nella galleria – proferiva il giovane Studente – e suoneranno i loro strumenti, e la mia amata ballerà al suono dell’arpa e del violino. Ballerà così leggera che i suoi piedi non toccheranno intorno. Ma con me non danzerà, perché io non ho una rosa rossa da offrirle e si gettò sull’erba, si chiuse il volto tra le mani, e versò lacrime.
- Perché piange? – chiese la Farfalla, che piroettava qua e là inseguendo un raggio di sole.
- Già, perché? – sussurrò una Pratolina al suo vicino, con voce sommessa e tenera.
- Piange per una rosa rossa – disse l’Usignolo.
- Per una rosa rossa! – esclamarono quelli. – Che ridicolaggine! – e il Ramarro, che era un po’ sprezzante, rise di gusto.
Ma l’Usignolo comprendeva il segreto dolore dello Studente, e restava taciturno sulla quercia, a pensare sul mistero dell’Amore. D’improvviso distese le sue brune ali e volò, si librò nell’aria. Passò attraverso il boschetto come un’ombra, e come un’ombra svolazzò sul giardino. Al centro dell’aiuola erbosa s’ergeva un bellissimo Rosaio, e non appena l’Usignolo lo vide volò sopra di lui e si posò su un ramo.
- Dammi una rosa rossa – supplicò – e ti canterò la mia canzone più dolce.
Ma il Rosaio scosse il capo.
- Le mie rose sono bianche – ribatté – bianche come vuole la schiuma del mare, e più bianche della neve sulla montagna. Ma va da mio fratello che cresce accanto all’antica meridiana, e forse ti darà quel che desideri.
Allora l’Usignolo volò sul Rosario che germogliava accanto all’antica meridiana.
- Dammi una rosa rossa – supplicò – e ti canterò la mia canzone più dolce.
Ma il Rosario scosse il capo.
- Le mie rose sono gialle – affermò - gialle come i capelli della sirena che siede sopra un trono d’ambra, e più gialle del narciso che sboccia nel prato prima che il mietitore giunga con la sua falce. Ma va da mio fratello che germoglia sotto la finestra delle Studente, e forse ti darà quel che desideri.
Allora l’Usignolo volò sul Rosaio che cresceva sotto la finestra dello Studente.
- Dammi una rosa rossa – supplicò – e ti canterò la mia canzone più dolce.
Ma il Rosario scosse il capo.
- Le mie rose sono rosse – rispose – rosse come i piedi della colomba, e più rosse dei grandi ventagli di corallo che oscillano nelle grotte degli oceani. Ma l’inverno ha ghiacciato le mie vene e il gelo ha dilaniato i miei boccioli, e l’uragano ha spezzato i miei rami, e non avrò più rose quest’anno.
- Una sola rosa rossa è tutto ciò che ti chiedo! – urlò l’Usignolo. – Non c’è proprio nessun sistema per averla?
- Un modo c’è – rispose il Rosario – ma è terribile che non ho il coraggio dirtelo.
- Dimmelo – implorò l’Usignolo – io non ho paura.
- Se vuoi una rosa rossa – disse il Rosaio – sei costretto formarla con la musica al lume della luna, e colorarla col sangue del tuo cuore. Devi cantare per me col petto contro una spina. Tutta la notte devi cantare per me, e la spina deve trafiggere il tuo cuore, e il tuo sangue vivo deve scendere nelle mie vene e diventare mio.
- La morte è un prezzo alto da pagare per una rosa rossa – si dolse l’Usignolo – e la vita è così cara a tutti. È dolce tardare nel bosco verde, e ammirare il Sole nel cocchio d’oro, e la luna nel suo cocchio d’argento. Dolce è il profumo della vitalba, e dolci le campanule azzurre che si celano nella valle, e l’erica che fiorisce sul colle. Ma l’Amore è più prezioso della Vita, e cos’è mai il cuore di un uccellino equiparato al cuore di un uomo?
Così piegò le ali brune nel volo, e si librò nell’aria. Passò attraverso il giardino come un’ombra, e come un’ombra volò sopra il boschetto. Lo Studente era ancora steso nell’erba, là dove lo aveva lasciato, e il pianto non s’era ancora rasciugato dai suoi occhi.
- Sii felice – gli urlò l’Usignolo. – Sii felice! Avrai la tua rosa rossa! Io la formerò con la musica al lume della luna, e la colorerò col sangue del mio cuore. Tutto ciò che ti chiedo in cambio è d’essere un vero innamorato, perché l’Amore è il più giudizioso della Filosofia, per quando saggia essa sia, e il più autorevole del Potere, per quando potente esso sia. Sono color di fiamma le sue ali, color di fiamma è il suo corpo. Le sue labbra sono dolci come il miele, e simile all’incenso è il suo alito.
Lo Studente alzò lo sguardo dall’erba e si pose ad ascoltare, ma non gli era possibile capire ciò che l’Usignolo gli diceva, dopo che capiva solo parole che sono scritte sui libri. Ma la quercia capi, e si addolorò, poiché voleva bene al piccolo Usignolo che si era costruito il nido fra i suoi rami.
- Cantami un’ultima canzone – gli bisbigliò. – Mi sentirò molto sola quando te ne sarai andata.
Così l’Usignolo cantò per la Quercia, e la voce era come l’acqua che si sparge gorgogliante da un’anfora d’argento. Finita che fu la canzone, lo Studente s’alzò, e trasse di tasca un taccuino e una matita.
- Questa creatura ha stile. Disse a se stesso – è un fatto che non si può contestare, ma avrà inoltre sentimenti? Ho timore di no. In verità, è come la maggior parte degli artisti, tutta forma, nessuna lealtà. Non si offrirebbe in sacrificio per gli altri. Pensa solamente alla musica, e tutti sanno che l’arte è egoista. Bisogna in ogni modo ammettere che ha note incantevoli nella sua voce. Peccato che non significano nulla, e non abbiamo alcuna utilità pratica. E andò in camera, e si stese sul suo piccolo letto, e cominciò nuovamente a pensare alla sua amata, e dopo un po’ di tempo, s’addormentò. E quando la Luna spiccò nei cieli l’Usignolo volò dal Rosaio, e pose il suo petto contro la spina. Tutta la notte cantò col petto contro la spina, e la fredda Luna di cristallo si chinò ad udirlo. Tutta la notte cantò, e la spina si spingeva sempre più profonda nel suo petto, e il suo sangue vitale fluiva da lui. Prima cantò dell’amore che germoglia nel cuore di un fanciullo e di una fanciulla. E sul ramo più alto del Rosaio fiorì una rosa magnifica, petalo dopo petalo come nota dopo nota. Pallida era in un primo momento, come la nebbia sospesa sul fiume, pallida come le orme del mattino, e argentea come le ali dell’alba. Come l’ombra di una rosa in uno specchio rosa che fioriva sul ramo più alto del Rosaio. Ma il Rosaio urlava all’Usignolo di premere più forte sulla spina.
- Premi più forte, piccolo Usignolo – urlava il Rosario – o il Giorno spunterà prima che la rosa sia completata.
Così l’Usignolo premette più forte sulla spina, e più forte si fece il suo canto, esseri che cantava il venire al mondo della passione nell’anima di un uomo e di una donna. Una tenue striatura rosea si sparse nei petali del fiore, simile al rossore che si spande sul volto dello sposo quando bacia le labbra della sposa. Ma la spina non era giunta al cuore dell’uccellino, e il cuore della rosa restava bianco, perché solo il sangue del cuore di un Usignolo può invermigliare il cuore di una rosa. E il Rosario urlava all’Usignolo di premere più forte sulla spina.
- Premi più forte, piccolo Usignolo, o il giorno spunterà prima che la rosa sia completata.
Così l’Usignolo premette più forte sulla spina, e la spina gli toccò il cuore, e un violento spasimo di dolore lo trafisse. Più e più penoso era il dolore, e più e più selvaggio si faceva il canto, poiché ora cantava dell’Amore che è reso perfetto dalla Morte, e dell’Amore che non muore nella tomba. E la stupenda rosa diventò vermiglia, come la rosa del cielo d’Oriente. Vermiglia la fascia dei petali intorno alla corolla, e vermiglio come il rubino era il suo cuore. Ma la voce dell’Usignolo si fece più debole, e le sue piccole ali iniziarono a sbattere, e un velo discese suoi occhi. Più e più debole si fece il suo canto, e qualche cosa lo soffocava in gola come un pianto convulso. Allora proruppe in un ultimo slancio di musica. La bianca Luna lo ascoltò, e dimenticò l’alba, ed esitò nel cielo. La rosa rossa lo udì, e fremé tutta d’estasi, e aprì i suoi petali alla fredda aria del mattino. L’eco e il ripetè nel suo antro color porpora sui colli, e risvegliò dai loro sogni i pastori dormienti. Ondeggiò fra i giunchi del fiume, ed essi portarono il suo messaggio al mare.
- Guarda! Guarda! – gridò il Rosario – la rosa è perfetta, ora!
Ma l’Usignolo non rispose, perché stava steso morto nell’erba alta, con la spina nel cuore. A mezzogiorno lo Studente aprì la finestra e guardo fuori.
- Che sbalorditivo colpo di fortuna! – disse con enfasi. – Una rosa rossa! Non ho mai visto una rosa come questa in tutta la mia vita. È così bella che senza dubbio avrà un lungo nome latino – si sporse, e la colse.
Poi si mise il cappello, e corse a casa del Professore con la rosa in mano. La figlia del Professore sedeva in veranda, aggomitolando della seta azzurra su un arcolaio, e il suo cagnolino le stava disteso ai piedi.
- Avevate promesso di ballare con me se vi avessi portato una rosa rossa – urlò lo Studente – ecco la rosa più rossa di tutto il mondo. La porterete stasera sul cuore e mentre danzeremo insieme vi dichiarerà quando vi amo.
Ma la ragazza corrugò la fronte.
- Temo che non sia adattata al mio vestito – rispose – e poi, il nipote del Ciambellano mi ha mandato in dono dei gioielli veri, e tutti sanno che i gioielli valgono più dei fiori.
- In fede mia, siete davvero un’ingrata! – disse lo Studente in un impeto d’ira; e gettò la rosa giù nella strada, ed essa cadde in un rivoletto, e la ruota di un carro vi passò sopra.
- Ingrata io? – ripetè la ragazza. – Ebbene, voi sapete che cosa siete? Un grande screanzato, in fondo, né più né meno che un semplice Studente. E non credo neppure che abbiate delle fibbie d’argento sulle scarpe come il nipote del Ciambellano.
E s’alzò dalla sedia ed entrò in casa.
- Che balordaggine è l’Amore! – disse lo Studente andandosene. – Non è utile neppure la metà della Logica, perché non esprime nulla, promette sempre cose che non si concretizzano e fa credere in cose che non sono vere. In effetti, non è per niente pratico, e siccome nel tempo in cui viviamo la praticità è tutto, tornerò alla Filosofia e studierò la Metafisica.
Così si chiuse dentro nella sua stanza, prese lo dallo scaffale un vecchio libro polveroso, e si mise a leggere.
Oscar Wilde
mercoledì, settembre 23, 2009
Was not that Lucifer an angel once?
[…] Faustus: Was not that Lucifer an angel once?
Mephistophilis: Yes, Faustus, and most dearly loved of God.
Faustus: How comes it then that he is Prince of Devils?
Mephistophilis: O, by aspiring pride and insolence, For which God threw him from the face of heaven.
Faustus: And what are you that live with Lucifer?
Mephistophilis: Unhappy spirits that live with Lucifer, Conspired against our God with Lucifer, And are for ever damned with Lucifer.
Faustus: Where are you damned?
Mephistophilis: —In hell.
Faustus: How comes it then that thou art out of hell?
Mephistophilis: Why? This is hell, nor am I out of it. Think’st thou that I that saw the face of God, And tasted the eternal joys of heaven Am not tormented with ten thousand hells, In being deprived of everlasting bliss? O, Faustus, leave these frivolous demands, Which strike a terror to my fainting soul. […]
Dr Faustus_ Christopher Marlowe
Mephistophilis: Yes, Faustus, and most dearly loved of God.
Faustus: How comes it then that he is Prince of Devils?
Mephistophilis: O, by aspiring pride and insolence, For which God threw him from the face of heaven.
Faustus: And what are you that live with Lucifer?
Mephistophilis: Unhappy spirits that live with Lucifer, Conspired against our God with Lucifer, And are for ever damned with Lucifer.
Faustus: Where are you damned?
Mephistophilis: —In hell.
Faustus: How comes it then that thou art out of hell?
Mephistophilis: Why? This is hell, nor am I out of it. Think’st thou that I that saw the face of God, And tasted the eternal joys of heaven Am not tormented with ten thousand hells, In being deprived of everlasting bliss? O, Faustus, leave these frivolous demands, Which strike a terror to my fainting soul. […]
Dr Faustus_ Christopher Marlowe
venerdì, maggio 15, 2009
F.P.- Dall' epistolario
[...] Non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo:lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità. E' proprio così: [...] amo tuttavia, ma controvoglia [...] ...
Francesco Petrarca- Familiari (L'ascensione al Monte Ventoso).
(che specchio spaventoso!)
Francesco Petrarca- Familiari (L'ascensione al Monte Ventoso).
(che specchio spaventoso!)
domenica, aprile 19, 2009
Hurt- Jhonny Cash
Oggi mi sono ferito da solo,
Per vedere se ero ancora in grado di sentire,
Mi sono concentrato sul dolore,
la sola cosa reale,
l'ago fa un buco
la vecchia familiare puntura
che cerca di eliminare ogni cosa
ma io ricordo tutto,
Cosa sono diventato?
mio più dolce amico
tutti quelli conosco
sono andati via alla fine
e potresti avere tutto
il mio impero di fango
Ti abbandonerò
Ti farò star male
Ho portato questa corona di spine
sulla sedia di coloro che mi mentono
pieno di pensieri interrotti
(che) non posso riparare
sotto le macchie del tempo
i sentimenti scompaiono
tu sei qualcun altro
Sono ancora qui
Cosa sono diventato?
il mio più caro amico
tutti quelli che conosco
sono andati via alla fine
e potresti averlo tutto
il mio impero di fango
Ti porterò in basso
Ti farò male
Se potessi ricominciare
a un milione di miglia da qui,
mi controllerei,
troverei un modo
Jhonny Cash- Hurt (in traduzione italiana)
... si lo so, lo so, non è un pezzo di letteratura, ma... si tratta di poesia
... si lo so, lo so, non è un pezzo di letteratura, ma... si tratta di poesia
venerdì, gennaio 02, 2009
Argia
Le città e i morti. 4.
Ciò che fa Argia diversa dalle altre città è che invece d'aria ha terra. Le vie sono completamente interrate, le stanze sono piene d'argilla fino al soffitto, sulle scale si posa un'altra scala in negativo, sopra i tetti delle case gravano strati di terreno roccioso come cieli con le nuvole. Se gli abitanti possano girare per la città allargando i cunicoli dei vermi e le fessure in cui s'insinuano le radici, non lo sappiamo: l'umidità fascia i corpi e lascia loro poche forze; conviene che restino fermi e distesi, tanto è buio.
Di Argia, da qua sopra, non si vede nulla; c'è chi dice: "E' là sotto" e non resta che crederci; i luoghi sono deserti. Di notte, accostando l'orecchio al suolo, alle volte si sente una porta che sbatte.
Tratto da: Italo Calvino- Le città invisibili.
...a proposito, Buon 2009! e speriamo che sia buono davvero!
Ciò che fa Argia diversa dalle altre città è che invece d'aria ha terra. Le vie sono completamente interrate, le stanze sono piene d'argilla fino al soffitto, sulle scale si posa un'altra scala in negativo, sopra i tetti delle case gravano strati di terreno roccioso come cieli con le nuvole. Se gli abitanti possano girare per la città allargando i cunicoli dei vermi e le fessure in cui s'insinuano le radici, non lo sappiamo: l'umidità fascia i corpi e lascia loro poche forze; conviene che restino fermi e distesi, tanto è buio.
Di Argia, da qua sopra, non si vede nulla; c'è chi dice: "E' là sotto" e non resta che crederci; i luoghi sono deserti. Di notte, accostando l'orecchio al suolo, alle volte si sente una porta che sbatte.
Tratto da: Italo Calvino- Le città invisibili.
...a proposito, Buon 2009! e speriamo che sia buono davvero!
sabato, novembre 29, 2008
Many Soldiers
Molti soldati
L'idea danzava davanti a noi come una bandiera;
il suono della musica marziale;
l'eccitazione di portare un fucile;
onori nel mondo al ritorno a casa;
un luccichio di gloria, furia contro i nemici;
un sogno di dovere per il paese o per Dio.
Ma queste erano cose entro di noi, scintillanti davanti a noi,
non erano il potere alle nostre spalle,
che era l'Onnipotente mano della Vita,
come il fuoco che crea le montagne al centro della terra,
o le acque racchiuse che le corrodono.
Vi ricordate la fascia di ferro
che il fabbro Shack Dye, saldò
intorno alla quercia sul prato di Bennet
per appendervi un'amaca,
dove potesse riposare la figlia Janet, e leggere
nei pomeriggi d'estate?
E che l'albero, crescendo, alla fine
spaccò la fascia di ferro?
Ma non una cellula in tutto l'albero
sapeva altro se non che vibrava di vita,
nè le importò che l'amaca cadesse
nella polvere con le poesie di Milton.
Tratto da: "Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters (edizione a cura di Letizia Ciotti Miller).
L'idea danzava davanti a noi come una bandiera;
il suono della musica marziale;
l'eccitazione di portare un fucile;
onori nel mondo al ritorno a casa;
un luccichio di gloria, furia contro i nemici;
un sogno di dovere per il paese o per Dio.
Ma queste erano cose entro di noi, scintillanti davanti a noi,
non erano il potere alle nostre spalle,
che era l'Onnipotente mano della Vita,
come il fuoco che crea le montagne al centro della terra,
o le acque racchiuse che le corrodono.
Vi ricordate la fascia di ferro
che il fabbro Shack Dye, saldò
intorno alla quercia sul prato di Bennet
per appendervi un'amaca,
dove potesse riposare la figlia Janet, e leggere
nei pomeriggi d'estate?
E che l'albero, crescendo, alla fine
spaccò la fascia di ferro?
Ma non una cellula in tutto l'albero
sapeva altro se non che vibrava di vita,
nè le importò che l'amaca cadesse
nella polvere con le poesie di Milton.
Tratto da: "Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters (edizione a cura di Letizia Ciotti Miller).
martedì, agosto 26, 2008
Che cos'è peggio, l'inferno o niente?
... "Quello che devi considerare" dice "è la possibilità che a Dio tu non sia simpatico. potrebbe essere che Dio ti odi. Non è la cosa peggiore che può capitare." Il modo in cui la vedeva Tyler era che attirare l'attenzione di Dio per essere stati cattivi era meglio di non ottenere attenzione per niente. Forse perchè l'odio di Dio è meglio della sua indifferenza. Se tu potessi essere il peggior nemico di Dio o niente, che cosa sceglieresti?Noi siamo i figli di mezzo di Dio, secondo Tyler Durden, senza un posto speciale nella storia e senza speciale attenzione. Se non otteniamo l'attenzione di Dio non abbiamo speranza di dannazione o redenzione. Che cos'è peggio, l'inferno o niente? [...] "Brucia il Louvre" [...] Almeno così Dio saprà come ci chiamiamo." Più in basso cadi, più in alto volerai. Più lontano corri, più Dio ti vuole indietro. "Se il figliol prodigo non avesse mai lasciato casa sua"[...] "il vitello grasso sarebbe ancora vivo."...
Da “Fight Club” di Chuck Palahniuk.
Smilzi esagitati
...C'è da farsela sotto a vedere gente come il nostro meccanico al fight club. Quei pelleossa non si accasciano mai. Vanno avanti finchè non li hai tritati. Bianchi come scheletri pucciati in sego giallo con tatuaggi, neri come carne secca, sono uomini che di solito se la intendono tra di loro, come ti immagini quelli dei Tossici Anonimi. Loro non dicono mai basta. E' come se fossero energia pura, si muovono così in fretta che non gli vedi mai i contorni nitidi, questi tizi che si stanno riabilitando da qualcosa. Come se l'unica possibilità che gli resta è la maniera di morire e vogliono morire combattendo. Devono combattersi tra loro, questi. Nessun altro li marca per un combattimento e loro non marcano nessuno che non sia un altro smilzo esagitato, tutto ossa e scatti, perchè non c'è nessun altro che si metterebbe in lista per combattere con loro.[...] Si sentono solo [...] il sibilo e l'impatto dei pugni che martellano e martellano sottomisura sottili scatole toraciche cave.[...] Dopo un combattimento due tossici in riabilitazione passano il resto della serata insieme, scassati e sorridenti per aver combattuto così forte...Da “Fight Club” di Chuck Palahniuk.
Specchio, specchio delle mie brame...
...In un angolo della cucina c'è una scimmia spaziale acquattata sul linoleum screpolato a studiarsi in uno specchietto.
"Io sono la merda canterina e ballerina del mondo" dice la scimmia spaziale allo specchio. "Io sono il sottoprodotto tossico della creazione di Dio."...
Da “Fight Club” di Chuck Palahniuk.
"Io sono la merda canterina e ballerina del mondo" dice la scimmia spaziale allo specchio. "Io sono il sottoprodotto tossico della creazione di Dio."...Da “Fight Club” di Chuck Palahniuk.
Cosa non sei
...Tu non sei i soldi che hai in banca.Non sei il tuo lavoro.
Non sei la tua famiglia e non sei quello che dici di essere a te stesso.[...]
Tu non sei il tuo nome.[...]
Tu non sei i tuoi problemi.[...]
Tu non sei la tua età.[...]
Tu non sei le tue speranze.[...]
Tu non sarai salvato.[...]
"Tu non sei un delicato e irripetibile fiocco di neve. Tu sei la stessa materia organica deperibile di chiunque altro e noi tutti siamo parte dello stesso cumulo in decomposizione. [...] La nostra cultura ci ha resi tutti uguali. Nessuno è più veramente bianco o nero o ricco. Tutti vogliamo lo stesso. Individualmente non siamo niente."...
Da “Fight Club” di Chuck Palahniuk.
Nobile obiettivo del Progetto Caos
Sarà il Progetto Caos a salvare il mondo. Un'era glaciale culturale. Un secolo buio prematuramente indotto. Il Progetto Caos obbligherà l'umanità ad entrare in catalessi o in fase di remissione il tempo necessario alla Terra per riprendersi.[...]"Immaginati" ha detto Tyler, "a far la posta all'alce dalle finestre dei grandi magazzini tra file puzzolenti di splendidi abiti da sera e smoking che vanno in malora appesi alle loro grucce, porterai indumenti di pelle che ti dureranno fino all'ultimo dei tuoi giorni e ti arrampicherai per i rami grossi come tronchi del kudzu rampicante che abbraccia la Sears Tower. Come Jack sulla pianta di fagioli, sbucherai dalla volta gocciolante della foresta e l'aria sarà così tersa che vedrai figure minuscole battere il granturco e disporre a essiccare strisce di carne di cervo nella corsia d'emergenza vuota di una superstrada abbandonata che si allunga, larga otto corsie e torrida ad agosto, per mille chilometri." [...] "Pensa ad andare a caccia di alci nelle valli boscose intorno alle macerie del Rockefeller Center."[...]
Questo era lo scopo del Progetto Caos, ha detto Tyler, la completa e immediata distruzione della civiltà. Che cosa viene dopo il Progetto Caos nessuno lo sa salvo Tyler.[...] La quinta regola del Progetto Caos è che bisogna fidarsi di Tyler.
Da “Fight Club” di Chuck Palahniuk.
Come ho conosciuto Tyler
...Tyler [...], tutto ruvido di sabbia, [...] pescava pezzi di legno dalla risacca e li trascinava sulla spiaggia. Nella sabbia bagnata aveva già piantato un semicerchio di pali a pochi centimetri l'uno dall'altro, alti da arrivargli agli occhi. C'erano quattro ceppi e quando mi sono svegliato mi sono messo a guardare Tyler che ne trascinava su per la spiaggia un quinto. Tyler ha scavato una buca vicino a un'estremità dal palo, poi ha sollevato l'altra estremità fino a farlo scivolare dentro la buca in modo che rimanesse eretto, un po' sbilenco. [...] Con un legno Tyler ha segnato una linea dritta nella sabbia lunga qualche metro. [...] "Sai che ore sono?" mi ha chiesto Tyler gridando. [...] Erano le quattro e sei minuti del pomeriggio.
Dopo un po' Tyler si è seduto a gambe incrociate all'ombra dei pali eretti. Tyler è rimasto seduto per qualche minuto, si è alzato ed è andato a fare il bagno. Si è infilato una maglietta e un paio di calzoni da tuta e si è apprestato ad andarsene. Ho dovuto chiedergli. [...] Tyler si è stretto nelle spalle [...] Quello che Tyler aveva creato era l'ombra di una mano gigante. Ora le dita erano da Nosferatu, tanto erano lunghe, e il pollice era troppo corto, ma lui mi ha spiegato come alle quattro e mezza in punto la mano era perfetta. L'ombra di una mano gigante era perfetta per un solo minuto e per un minuto perfetto Tyler si era seduto nel palmo di una perfezione che lui stesso aveva creato.[...] Un minuto era abbastanza, ha detto Tyler, c'era da lavorare duro per ottenerlo, ma un minuto di perfezione valeva la fatica. Un momento era il massimo che ci si poteva aspettare dalla perfezione.[...]
E' così che ho conosciuto Tyler...
Dallo spettacolare “Fight Club” di Chuck Palahniuk.
Dopo un po' Tyler si è seduto a gambe incrociate all'ombra dei pali eretti. Tyler è rimasto seduto per qualche minuto, si è alzato ed è andato a fare il bagno. Si è infilato una maglietta e un paio di calzoni da tuta e si è apprestato ad andarsene. Ho dovuto chiedergli. [...] Tyler si è stretto nelle spalle [...] Quello che Tyler aveva creato era l'ombra di una mano gigante. Ora le dita erano da Nosferatu, tanto erano lunghe, e il pollice era troppo corto, ma lui mi ha spiegato come alle quattro e mezza in punto la mano era perfetta. L'ombra di una mano gigante era perfetta per un solo minuto e per un minuto perfetto Tyler si era seduto nel palmo di una perfezione che lui stesso aveva creato.[...] Un minuto era abbastanza, ha detto Tyler, c'era da lavorare duro per ottenerlo, ma un minuto di perfezione valeva la fatica. Un momento era il massimo che ci si poteva aspettare dalla perfezione.[...]
E' così che ho conosciuto Tyler...
Dallo spettacolare “Fight Club” di Chuck Palahniuk.
Vado al fight club. Sono cose che capitano.
... Io con i miei occhi scazzottati e il sangue rappreso in grosse croste nere sui calzoni, io che dico SALVE a tutti quelli che incontro sul lavoro. SALVE! Guardatemi. SALVE! Sono così ZEN. Questo è SANGUE. Questo non è NIENTE. Salve. Tutto è niente ed è la fine del mondo essere ILLUMINATO. Come me. [...] Il mio capo mi ha chiesto se il sangue era sangue mio.[...] Quel sangue è mio?Sì, dico, anche.
Questa risposta è sbagliata.
Dovesse importare qualcosa.[...] Vado al fight club. Sono cose che capitano. "Vai a casa" mi dice il mio capo. "Cambiati."...
Dallo splendido “Fight Club” di Chuck Palahniuk.
lunedì, maggio 26, 2008
martedì, dicembre 11, 2007
Claudia
..."E' là!" sussurrò Lestat. "Quella che hai ferito. Tua figlia." "Cosa di ci, di cosa stai parlando?" "L'hai salvata" mormorò, "Lo sapevo. Hai lasciato la finestra aperta su di lei e sulla sua mamma morta, e della gente che passava per strada l'ha portata qui." [...] Il dottore si chinò e avvolse la bambina nella coperta. [...] Gli disse quanto era contento che fossimo venuti a prenderla, che la maggior parte dei bambini erano orfani; arrivavano con le navi e spesso erano troppo piccoli per dire quale era il corpo della loro madre. Pensava che Lestat fosse il padre. Pochi istanti dopo, Lestat già correva per le scale col fagottino. [...] "Lestat cosa stai facendo? Dove la stai portando?" domandai. Ma lo sapevo benissimo. Andava in albergo e voleva portarla nella nostra stanza. [...] "Vieni qui Luois, non hai mangiato abbastanza, lo vedo".[...] "Prendila Louis, lo so che la vuoi". E lo feci.[...] L'avrei uccisa prima che si svegliasse, prima che se ne accorgesse. [...] E improvvisamente, mentre io continuavo a succhiare senza posa [...] Lestat mi strappò da lei. "Ma non è morta" mormorai. [...]Lestat la tirò su, le parlò, chiamandola per nome: "Claudia, Claudia, ascoltami, torna in te, Claudia" [...] "Sei malata, mi senti? Devi fare quello che ti dico per star bene". E allora capii che cosa stava facendo: s'era tagliato il polso e l'aveva offerto a lei. E lei stava bevendo. "Ecco così cara; ancora" [...] "Maledetto!" gridai, e lui mi fulminò con occhi di fiamma. Sedeva sul divano con la bambina avvinta al polso.[...] Si staccò bruscamente da lei [...] Lei tentò disperatamente di raggiungere il polso coi denti. [...] (Lestat) si allontanò [...] "Cos'hai fatto, Lestat?" gli domandai "Cos'hai fatto?".[...] Lestat si alzò sollevandola su dal pavimento e venne verso di me.[...] Me la trovai in grembo; la circondai con le braccia.
"Ne voglio ancora" fece lei indicando il cadavere sul pavimento. "No, non stanotte, domani notte" disse Lestat. [...] "Louis stava per lasciarci [...]Stava per andare via. Ma adesso ha cambiato idea."[...] "Sei un bastardo!" gli sussurrai "Un demonio!"[...] (Poi, Lestat, rivolgendosi a Claudia) "Ora, con chi potresti dormire? Con Louis o con me?" infine, guardandomi, disse: "Forse potresti dormire con Luois. Dopo tutto, quando sono stanco... non sono molto gentile".
[...] All'alba si coricava con me, il suo cuore pulsante contro il mio.[...] Padre e Figlia...

Da: "Intervista col vampiro" di Anne Rice
"Ne voglio ancora" fece lei indicando il cadavere sul pavimento. "No, non stanotte, domani notte" disse Lestat. [...] "Louis stava per lasciarci [...]Stava per andare via. Ma adesso ha cambiato idea."[...] "Sei un bastardo!" gli sussurrai "Un demonio!"[...] (Poi, Lestat, rivolgendosi a Claudia) "Ora, con chi potresti dormire? Con Louis o con me?" infine, guardandomi, disse: "Forse potresti dormire con Luois. Dopo tutto, quando sono stanco... non sono molto gentile".
[...] All'alba si coricava con me, il suo cuore pulsante contro il mio.[...] Padre e Figlia...

Da: "Intervista col vampiro" di Anne Rice
La morte del corpo e il risveglio dei sensi
...Con i miei sensi risvegliati dovetti assistere alla morte del mio corpo con un certo disagio e, alla fine, con terrore. Di corsa risalii le scale fino al salotto, dove Lestat [...] ispezionava i costi e i profitti dell'anno precedente. "Sei un uomo ricco". Mi disse quando entrai. "Mi sta succedendo qualcosa" gridai. "Stai morendo, tutto qui; non fare lo stupido. Non hai delle lampade ad olio[...]?". "Sto morendo!" gridai. "Morendo!". "Capita a tutti" ribattè ostinato. [...](Lestat) cominciò a gridare. "ma io non ho pensato a sistemarti! Sono proprio
scemo!" [...] "Per questa mattina dormirai con me: non ho ancora provveduto alla tua bara.".

Lestat aveva la bara in una squallida camera vicino ai bastioni. (Entrati nella bara) Chiuse il coperchio. Gli domandai se fossi completamente morto. Sentivo formicolii e pruriti ovunque. "No, allora vuol dire di no" mi disse.[...] "Entro stanotte dovresti essere morto. Dormi."...
Da: "Intervista col vampiro" di Anne Rice.
scemo!" [...] "Per questa mattina dormirai con me: non ho ancora provveduto alla tua bara.".

Lestat aveva la bara in una squallida camera vicino ai bastioni. (Entrati nella bara) Chiuse il coperchio. Gli domandai se fossi completamente morto. Sentivo formicolii e pruriti ovunque. "No, allora vuol dire di no" mi disse.[...] "Entro stanotte dovresti essere morto. Dormi."...
Da: "Intervista col vampiro" di Anne Rice.
Luois diventa vampiro
... Come cercai di muovermi, mi[...] disse: "Stai fermo. Adesso ti succhierò il sangue fino a portarti alla soglia della morte, ma voglio che tu stia calmo, tanto calmo da sentire il sangue scorrere nelle tue vene. [...] Io tentavo di divincolarmi,[...] e quando mi arresi, Lestat mi affondò i denti nel collo. [...] "Ascolta. Tieni gli occhi ben aperti" mi sussurrò Lestat con le labbra contro il mio collo. [...] In pochi minuti divenni debole fino alla paralisi. Scoprii in preda al panico che non avevo nemmeno la forza di parlare. [...] Sentii i suoi denti ritrarsi. [...](Lestat) si morse il polso [...] Credo di sapere cosa stava per fare ancora prima che lo facesse, e aspettavo, nella mia impotenza, come se avessi aspettato per anni. Premette il suo polso sanguinante contro la mia bocca e disse,[...] :"Louis, bevi". E io bevvi.[...] Poi accadde qualcosa.[...] "Mentre succhiavo il sangue [...] sentii un... suono: dapprima un cupo mormorio, poi dei colpi di tamburo sempre più forti, come se una gigantesca creatura si avvicinasse lentamente [...] percuotendo un enorme tamburo: un altro gigante che avanzava a qualche metro dietro di lui;"[...] Lestat liberò improvviasmente il suo polso, io[...]sentii subito l'impulso di riafferrarglielo e riportarmelo di forza alla bocca, a tutti i costi; mi frenai perchè mi resi conto che quel tamburo era il mio cuore, e che l'altro tamburo era il suo."[...] (Poi) Vidi con gli occhi di un vampiro.[...] E mi accorsi che non soltanto Lestat, ma tutto era cambiato. era come se solo allora, per la prima volta, riuscissi a vedere colori e forme. Ero totalmente affascinato dai bottoni della giacca nera di Lestat che non guardai altro per molto tempo. Poi Lestat cominciò a ridere [...] "Smettila di guardare i miei bottoni" disse Lestat "Vai laggiù tra gli alberi. Liberati di quel che di umano è rimasto del tuo corpo e non innamorarti così follemente della notte da smarrire la strada!"...
Da: "Intervista col vampiro" di Anne Rice.
Da: "Intervista col vampiro" di Anne Rice.
venerdì, maggio 18, 2007
Il primo arrembaggio di Connor Tempest
...Connor sguainò lo spadino e lo puntò contro gli uomini, sperando che non percepissero la sua inesperienza. A giudicare dal piagnucolio, si sarebbe detto di no. -Non fatelo arrabbiare!- disse loro Cate. -Perchè è uno dei più sanguinari.- Dopo aver strizzato l'occhio a Connor, si allontanò. Forse, dopo tutto, non era così difficile fare il pirata. il ragazzo liberò un bel respiro e sorrise ai suoi prigionieri, cosa che parve spaventarli ancora di più. -Volevo solo essere gentile- disse scrollando le spalle e avvicinando la punta della spada ai due.(Connor ingaggia un combattimento con un altro uomo della nave)
[...] si scagliò contro l'avversario. Fissandolo con occhi penetranti, gli puntò lo spadino al petto. Ma il ponte era diventato viscido per la sporcizia e il sangue, così Connor scivolò. Lo spadino non affondò nel petto dell'uomo che però, cadendo all'indietro sotto il colpo, andò a sbattere la testa contro l'albero maestro. Si accasciò a terra, con il sangue che gli usciva a fiotti, inondandogli la testa e il viso. [...] non voleva che quell'uomo morisse. [...] I pirati del Diablo avevano vinto ma lui non si sentiva un vincitore.[...] Di corsa tornò dai due prigionieri [...] -Pietà!- gridò uno. -Togliti la sciarpa- gli ordinò con voce roca [...] -Vieni con me!- ordinò ancora Connor. -Ti supplico, pietà!- -Vieni e sta' zitto!- [...] quello che era stato il suo avversario giaceva coperto di sangue. Prese la sciarpa e gli tamponò la ferita alla testa per frenare l'emorragia. -Tieni, pensaci tu- disse al prigioniero, mettendogli la mano sulla sciarpa intrisa di sangue.
[...]Si voltò. -Ottimo lavoro, ragazzo- gli disse Cheng Li. -Forse dobbiamo lavorare un po' sul tuo istinto omicida; tuttavia hai fatto un ottimo lavoro-...
Tratto da "Vampirates- I demoni dell'Oceano" di Justin Somper.
Identità svelata
... -Perchè sei rimasto qui stanotte?-
-Ero in pensiero per te. Sembrava avessi la febbre. Dicevi di essere morta-
-Ma sono morta. E non ho la febbre. Anzi, non mi sono mai sentita meglio-
-Grace, devi ascoltarmi. Non si morta.-
[...]-Com'è possibile che non mi sia svegliato con la Campana dell'Alba?- disse Lorcan, prendendosi la testa tra le mani. [...] sei davvero sicuro che non sia morta? - Sono sicuro al cento per cento, Grace. Tanto per cominciare, le ragazzine morte non mangiano il porridge.- [...] Grace si voltò verso l'oblò. Alzò la tenda [...]-Chiudi la tenda, Grace.- La voce di Lorcan era diventata roca. [...] Lei la lasciò cadere e si voltò. [...] Tremava [...] . Grace stava tendendo una mano per tranquillizzarlo, quando le venne un'idea. Sapeva come farlo calmare. Cominciò a cantare:
Ti narrerò una storia di vampirates,
una storia vecchia, ma vera e assai fosca.
Ti canterò una storia di una nave antica
con la ciurma più tremenda che si conosca.
Sì, la storia di una nave antica
che il mare solca, leggera,
che il mare piega, severa.
Lorcan rimase a bocca spalancata. -Significa che sai?- disse con la voce ridotta a poco più di un sussurro. Grace scosse la testa confusa. -So cosa?- Con gli occhi sgranati, Lorcan non aggiunse altro. -E' un canto di marinai che mio padre cantava sempre a me e a Connor. Riusciva a calmarci quando eravamo agitati.
Questa nave ha vele così sbrindellate,
che sembran ali che voglian volare;
e il capitano, si dice, è così spaventoso
che preferisce non farsi guardare.
Porta in viso un pallore di morte,
dentro gli occhi gli manca la vita,
ogni dente è una sciabola truce.
Quel capitano, si dice, è così spaventoso
Mentre Grace intonava le ultime parole della strofa , entrambi guardarono verso l'oblò. All'improvviso tutto fu chiaro. [...] -Che non può mai vedere la luce.- Questa volta Grace pronunciò le parole senza cantarle, tornò alla finestra e afferrò nuovamente la tenda. -No!- Lorcan allungò la mano per bloccarla. Troppo tardi. Grace aveva già le dita strette intorno all'angolo della tenda; così, quando lui la spinse di lato, lei tirò il pezzo di stoffa che, strappandosi dalla finestra, lasciò entrare nella cabina un pallido raggio di luce rosa. [...] -Rimettila a posto- le disse piagnucolando. -Rimettila a posto. Per favore, Grace, rimetti a posto la tenda-. [...] Risistemò la tenda. [...] Lorcan alzò gli occhi e la guardò con gratitudine. - Grazie- disse con voce stridula. [...] si voltò verso Lorcan. -Ebbene- disse. -Avevo quasi ragione, o no? Solo che la morta non sono io, ma tu.-...
Tratto da "Vampirates-i demoni dell'oceano" di Justin Somper.
-Ero in pensiero per te. Sembrava avessi la febbre. Dicevi di essere morta-
-Ma sono morta. E non ho la febbre. Anzi, non mi sono mai sentita meglio-
-Grace, devi ascoltarmi. Non si morta.-
[...]-Com'è possibile che non mi sia svegliato con la Campana dell'Alba?- disse Lorcan, prendendosi la testa tra le mani. [...] sei davvero sicuro che non sia morta? - Sono sicuro al cento per cento, Grace. Tanto per cominciare, le ragazzine morte non mangiano il porridge.- [...] Grace si voltò verso l'oblò. Alzò la tenda [...]-Chiudi la tenda, Grace.- La voce di Lorcan era diventata roca. [...] Lei la lasciò cadere e si voltò. [...] Tremava [...] . Grace stava tendendo una mano per tranquillizzarlo, quando le venne un'idea. Sapeva come farlo calmare. Cominciò a cantare:
Ti narrerò una storia di vampirates,
una storia vecchia, ma vera e assai fosca.
Ti canterò una storia di una nave antica
con la ciurma più tremenda che si conosca.
Sì, la storia di una nave antica
che il mare solca, leggera,
che il mare piega, severa.
Lorcan rimase a bocca spalancata. -Significa che sai?- disse con la voce ridotta a poco più di un sussurro. Grace scosse la testa confusa. -So cosa?- Con gli occhi sgranati, Lorcan non aggiunse altro. -E' un canto di marinai che mio padre cantava sempre a me e a Connor. Riusciva a calmarci quando eravamo agitati.
Questa nave ha vele così sbrindellate,
che sembran ali che voglian volare;
e il capitano, si dice, è così spaventoso
che preferisce non farsi guardare.
Porta in viso un pallore di morte,
dentro gli occhi gli manca la vita,
ogni dente è una sciabola truce.
Quel capitano, si dice, è così spaventoso
Mentre Grace intonava le ultime parole della strofa , entrambi guardarono verso l'oblò. All'improvviso tutto fu chiaro. [...] -Che non può mai vedere la luce.- Questa volta Grace pronunciò le parole senza cantarle, tornò alla finestra e afferrò nuovamente la tenda. -No!- Lorcan allungò la mano per bloccarla. Troppo tardi. Grace aveva già le dita strette intorno all'angolo della tenda; così, quando lui la spinse di lato, lei tirò il pezzo di stoffa che, strappandosi dalla finestra, lasciò entrare nella cabina un pallido raggio di luce rosa. [...] -Rimettila a posto- le disse piagnucolando. -Rimettila a posto. Per favore, Grace, rimetti a posto la tenda-. [...] Risistemò la tenda. [...] Lorcan alzò gli occhi e la guardò con gratitudine. - Grazie- disse con voce stridula. [...] si voltò verso Lorcan. -Ebbene- disse. -Avevo quasi ragione, o no? Solo che la morta non sono io, ma tu.-...
Tratto da "Vampirates-i demoni dell'oceano" di Justin Somper.
Iscriviti a:
Post (Atom)
unilaterale
http://unilaterale.altervista.org/ Questo è il lavoro di ricerca che ho portato come tesi per la maturità classica. "Giusta, ingiusta, ...
-
...In un angolo della cucina c'è una scimmia spaziale acquattata sul linoleum screpolato a studiarsi in uno specchietto. "Io sono ...
-
http://unilaterale.altervista.org/ Questo è il lavoro di ricerca che ho portato come tesi per la maturità classica. "Giusta, ingiusta, ...
-
- Ha detto che ballerà con me se le porterò delle rose rosse – si lamentava il giovane Studente – ma in tutto il mio giardino non c’è una so...